Un’opera d’arte è solo bella o è qualcosa di più?

un-opera-d-arte-e-solo-bella-o-e-qualcosa-di-piu-27096di Annamaria Parlato* – L’identità vedere=conoscere=amare=gioire, espressa da S.Tommaso nella Summa Theologica,è da riferirsi a quell’idea di Bellezza che con Platone viene introdotta energicamente all’interno della speculazione estetica ed artistica. Prima di Platone, già Pericle e gli Istoras di cui parla Eraclito, cercarono e amarono la Bellezza, che nel pensiero platonico è collocata all’apice del mondo delle Idee, nel suo triplice valore di Bellezza, Verità e Bene. Essa è un’idea pura e incorruttibile, eterna e più esaltante delle altre, tanto che «il solo contemplarla è sufficiente perché la vita meriti di esser vissuta». Aristotele, discepolo di Platone, concepisce il Bello come una idealità metafisica che nell”armonia” si manifesta all’uomo e causa la felicità; ed ancora a ne parlano, nelle loro dissertazioni filosofiche, Pitagora e Zenone, fino a quando quell’ideale di Bellezza, che ha dato vita all’età classica, sinonimo di armonia, ordine, perfezione, dall’Ellade giunge a Roma.

Vitruvio e Cicerone interpretano la Bellezza come armonia, il primo la identifica come “symmetria”, “dispositio” ed “eurythmia”, il secondo chiarisce che nell’uomo questa “eurythmia” e “symmetria” si coniuga nella virtù. Plotino successivamente, nella sua scuola insegna che la Bellezza si identifica con il Bene, ovvero con Dio, a cui l’uomo si avvicina amandola. Poiché la bellezza risplende in tutte le cose che sono più vicine alla perfezione che è in Dio, l’uomo, contemplando il Bello nella natura e nell’arte, si eleva e ritorna con malinconica nostalgia a Dio.

Durante il Cristianesimo l’idea del Bello inizia il suo processo di interiorizzazione fino ad esplicarsi nella Patristica e nella Scolastica. S.Agostino definisce l’idea del Bello come «partium congruentia» (Civ. XXII), in quanto armonia che l’uomo vede fuori di se e che si identifica con Dio che è il Vero, Perfezione e Bellezza; per S.Tommaso il Bello, pur distinguendosi dal Bene, si identifica in esso, costituendo quel fine tanto desiderato che è la visione. Nella filosofia medievale Il Bello, non solo fisico, ma anche spirituale, assume un’ascendenza divina. Durante l’umanesimo la bellezza è naturale armonia, classicità, che pone al centro l’uomo vitruviano. Ciò è ravvisabile nelle opere di Donatello, Masaccio, Mantegna, Antonello da Messina, e, di Botticelli che attraverso le teorie neoplatoniche e la poesia, giunge alla visione angelica.

Con il Rinascimento perdura ancora il classicismo che sfocia nel momento più alto della nostra cultura, con i tre massimi rappresentanti dell’arte italiana: Raffaello, Michelangelo e Leonardo.

La Controriforma, conclusosi il Concilio di Trento, vede il trionfo del naturalismo espresso in tre percorsi: quello della magia, della filosofia naturale e della scienza. La visione scientifica della natura porterà alla luce il problema dell’arte quale “mimesis“, tanto dibattuto tra idealisti e naturalisti, dal quale si asterrà l’arte di Velasquez, Rembrandt e soprattutto di Caravaggio. L’inquietudine manieristica e il trionfo del Barocco fanno risplendere il Bello che assiste al nascere della scienza di Galilei, dell’empirismo di Bacone, del razionalismo di Cartesio e all’insorgere dell’ “esprit de finesse” di Pascal.

L’illuminismo, esaltando la ragione, è contrario alla tradizione e alla metafisica, e, il Bello con l’Arcadia ritrova nella musicalità lirica della natura la sua pienezza. Nel 1750 nasce l’Aestetica di Baumgarter che conia l’estetica quale filosofia dell’arte. Winkelmann più tardi, giungendo a Roma caratterizza la bellezza quale “nobile semplicità, quieta grandezza”.

Finalmente con Kant si osserva che “il bello commuove ed esalta ed il sublime alletta e rapisce”.

Fichte, Hegel e Shelling nel Romanticismo e nell’Idealismo, con le loro teorie riportano il Bello nell’infinito, prevalendo il sentimento sulla ragione. Constable e Turner aprono la stagione dell’arte moderna, in un susseguirsi di correnti artistiche quali l’impressionismo, il simbolismo per cui il bello “si rivela alle anime belle”, l’art nouveau, i Fauves, il Die Brücke, il cubismo, il dadaismo fino al Der blaue Reiter di Kandinsky e Klee, i quali affermano il primo, che lo sprituale è la non razionalità, il secondo che l’invisibile è visibile. Da qui prende il via il neo-idealismo di Croce e Gentile che riportano all’infinito il finito, rivisitando e correggendo la dialettica di Hegel. Il secondo dopoguerra vede l’avanzata delle avanguardie: op-art, pop-art, minimal-art, trash-art che celebrano lo scempio della natura e la morte del Bello che viene a perdere di senso in termini dissoluzione della forma, del colore e di linguaggio.

Il Bello, a prescindere dalla trattazione filosofica che ha avuto durante i secoli e che si è storicizzata nell’Estetica, significa principalmente ciò che suscita un piacere estetico e che induce, attraverso la contemplazione visiva, ad un senso di armonia e di perfezione. Se questo processo viene riferito all’arte e ai suoi manufatti artistici, bisognerebbe innanzitutto porsi la domanda:«Sappiamo vedere un’opera d’arte mentre ci avviciniamo ad essa?». Spesso nel vedere l’opera d’arte siamo portati a valutarla in modo alquanto empirico e superficiale, in quanto la nostra educazione artistica, basata sulla contemplazione del vero, è insufficiente alla comprensione dell’opera d’arte, poiché l’arte non è il riflesso della nostra quotidiana sensibilità ma è una nuova realtà creata dall’artista. L’unico metodo attraverso il quale è possibile insegnare a vedere e a godere un’opera d’arte, è il rendere familiari al profano gli elementi figurativi, che sono il solo mezzo lecito all’artista per tradurre in atto la sua fantasia: linea, forma, colore, tono, luci ed ombre, chiaroscuro, sfumato e via dicendo. La conoscenza degli elementi del linguaggio figurativo, ci fa guardare le opere di scultura, di pittura e di architettura nei loro elementi stilistici, fuori dei quali non è possibile trovare elementi di riferimento per il giudizio e il godimento.

Lo spettatore impara a vedere e guardare secondo il modo in cui l’artista elabora. Il vedere è essenziale sia all’artista sia al lettore dell’opera d’arte; dipingere o scolpire l’oggetto che si vede, non significa solo vedere fuori la natura, ma anche vedere dentro lo spirito. Lo spettatore vede ciò che sa, ritrova quello che ha già vissuto.

La conoscenza si compone della somma più alta di corrispondenze fra ciò che si sa e ciò che si vede. Conoscere è l’esperienza primaria, quella che impone allo spettatore di arginare i limiti dell’immagine per farla sua; riconoscere è trovare in altre immagini le caratteristiche dell’immagine che si è osservata per prima.

Per conoscere le immagini è necessario che esse vengano interrogate, come se fossero “persone”, in modo da poterne cogliere e intenderne le risposte. L’incapacità di comunicare e dialogare con le immagini, ne compromette l’interpretazione, e ne pregiudica la contemplazione. A mano a mano che si procede nell’interpretazione delle cose e si raggiunge la contemplazione, l’amore per le cose diventa amore per la natura, e il rispetto per le cose, diventa pietas che accompagna il senso del sacro e del divino che procura gioia ed estasi nell’osservatore. Curiosità attenta e timida discrezione, accesa simpatia e devota reverenza, amore e pietas rappresentano il processo evolutivo per l’interpretazione dell’opera d’arte sino alla serena contemplazione del Bello.

Articolo pubblicato su: http://www.ilvescovado.it/it/sezioni-25/storia-e-storie-12/un-opera-d-arte-e-solo-bella-o-e-qualcosa-di-piu-8778.aspx

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