La tutela e il suo valore culturale

la-tutela-e-il-suo-valore-culturale-27324di Annamaria Parlato* – Ciascuna comunità, attraverso la conoscenza del proprio passato, definisce il proprio patrimonio culturale la cui funzione sociale consiste nello sviluppo intellettuale e nell’espressione dell’identità della collettività locale. A sua volta, la collettività locale custodisce e valorizza tale patrimonio.Tutto ciò che costituisce testimonianza materiale di questo patrimonio, è bene culturale, cioè l’estrinsecazione fisica dei valori che lo costituiscono. Questi valori si evolvono nel corso del tempo parallelamente all’evoluzione culturale della comunità di cui sono espressione, mutando ed estendendosi ad altre espressioni o categorie culturali in precedenza ignorate. La costante evoluzione di ciò che definiamo bene culturale è chiaramente rintracciabile nell’uso che il termine ha avuto nella letteratura giuridica nazionale ed internazionale.

L’espressione bene culturale, compare per la prima volta nell’art. 1 della “Convenzione per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato” sottoscritta a L’Aja, il 14 maggio 1954. L’articolo contiene una compiuta definizione di bene culturale: «Ai fini della presente convenzione, sono considerati beni culturali …a) i beni, mobili o immobili, di grande importanza per il patrimonio culturale dei popoli, come i monumenti architettonici, di arte o di storia, religiosi o laici; le località archeologiche; i complessi di costruzione che, nel loro insieme, offrono un interesse storico o artistico; le opere d’arte, i manoscritti, libri e altri oggetti di interesse artistico, storico, o archeologico; nonché le collezioni scientifiche e le collezioni importanti di libri o di archivi o di riproduzioni dei beni sopra definiti…» Al bene culturale, inoltre, viene assegnata una dimensione sovranazionale, di appartenenza all’intera umanità, per cui ogni danno subito da un singolo bene costituisce un danno per il patrimonio mondiale.

In Italia l’espressione bene culturale fa la sua comparsa in tempi più recenti, quando già da tempo esisteva una legislatura che aveva come oggetto beni di fatto rientranti nella categoria dei beni culturali, definiti in maniera descrittiva, o con riferimento all’arte, all’antichità, alla storia. Non è facile stimare la consistenza dei beni culturali, archeologici, storici e artistici presenti sul nostro territorio. Quasi tre millenni d’ininterrotta attività artistica hanno configurato il volto monumentale dell’Italia come il più ricco e il più vario d’ogni altro paese al mondo: degli ottomila comuni italiani, quasi settemila sono stati fondati prima del XVI secolo. Il nostro territorio può essere considerato, un paesaggio culturale a pieno titolo. Allo stesso tempo, però, si può immaginare, quali e quanti problemi tecnici, gestionali e finanziari siano posti da un patrimonio culturale così vasto e complesso perché ne sia assicurata la conservazione e, allo stesso tempo, ne sia garantita la sicurezza, la fruizione, la gestione e la valorizzazione, tutto ciò in un’ottica attiva di salvaguardia e tutela.

Nel corso degli ultimi dieci anni, sono avanzati alcuni segnali positivi di una più corretta gestione, anche se ahimè ancora non bastano. Iniziava a farsi strada nella coscienza civile del Paese una crescente consapevolezza sull’importanza che poteva assumere la tutela del patrimonio culturale in una visione organica culturale-politica ed economica. Non bisogna dimenticare che lo Stato italiano pone tra i propri principi fondamentali il dovere di promuovere lo sviluppo della cultura, la tutela del paesaggio e del patrimonio storico ed artistico della Nazione (art.9); inoltre uno Stato democratico è tale se fa sorgere la coscienza in ogni cittadino che è doveroso preservare ogni testimonianza storica e che questa deve essere trasmessa affinché nessun documento venga sottratto alla formulazione del libero giudizio delle generazioni future. Questo principio però, nel Codice Urbani, in sostituzione del T.U. 490/99, è stato completamente omesso. La testimonianza di socialità, di artisticità e di spiritualità dell’arte, in quanto segno documentario della religiosità degli uomini, significa apertura tra i popoli del mondo e diventa messaggio di liberazione per tutti gli uomini di buona volontà. I beni hanno un valore «culturale», rappresentano cioè il processo di trasformazione dell’ambiente avviato lungo i secoli dalla comunità umana.

Nel 1975 Giovanni Spadolini ha avuto il grande pregio di istituire il Ministero per i Beni e le Attività culturali. Per le nostre miniere storico-artistiche, da allora, è cominciata una nuova era. Da una parte c’è stato un variegato impegno delle istituzioni per arricchire e valorizzare il patrimonio, dall’altra sono spuntate imprese pubbliche e (soprattutto) private pronte a sponsorizzare eventi culturali. Si è intuito poi che, gestita in modo attento, la cultura è una risorsa per aggregare, attirare turismo, creare immagine. E può produrre un grosso indotto economico. La cultura attira grandi masse e finalmente con molto ritardo ce ne siamo accorti anche in Italia. Una volta era patrimonio degli intellettuali che facevano casta a sé, ma negli ultimi anni si è avuta una forte richiesta culturale tanto che numerose imprese hanno pensato bene di gestirsi in proprio. C’è poi un’impennata di “imprenditorialità creativa” che va dall’arte alla musica, dai libri al teatro.

L’Italia, che è dentro ciascuno di noi, è espressa dalla cultura umanistica, dall’arte figurativa, dalla musica, dall’architettura, dalla poesia e dalla letteratura di un unico popolo. L’identità nazionale degli italiani si basa sulla consapevolezza di essere custodi di un patrimonio culturale unitario che non ha eguali al mondo. Forse l’articolo più originale della nostra Costituzione repubblicana è l’articolo 9: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

La stessa connessione tra i due commi dell’articolo 9 è un tratto peculiare: sviluppo, ricerca, cultura, patrimonio formano un tutto inscindibile. Anche la tutela, dunque, dev’essere concepita non in senso di passiva protezione, ma in senso attivo, cioè in funzione della cultura dei cittadini, rendendo questo patrimonio fruibile da tutti. La presenza dell’articolo 9 fra i principi fondamentali della nostra comunità offre una indicazione importante sulla missione della nostra Patria, su un modo di essere e di pensare al quale vogliamo e dobbiamo essere fedeli. La cultura giuridica italiana, pre e post-unitaria, ha da sempre dato moltissima importanza alla salvaguardia del tesoro culturale; anzi, in virtù di esempi regressi si può tranquillamente affermare che le leggi fondamentali del secolo scorso, e lo stesso Articolo 9 della Costituzione, sono la conseguenza di tutte le forme legislative di tutela che vennero emanate dagli Stati pre-unitari. Come una catena che non si è interrotta, ma che si è sempre migliorata e rafforzata, tale materia ha avuto un posto se non centrale comunque di primaria importanza nel campo dei beni culturali. L’evoluzione e lo spessore che ha contraddistinto tale cultura giuridica, è risultata sempre e comunque avanzata per i tempi in cui si espletava; è stata dimostrazione di impegno sociale e culturale in quanto considerava i propri beni come qualcosa di strettamente legato al posto, al luogo e alla tradizione, e le leggi rispecchiavano appunto questa coscienza e volontà. Nell’art. 9 della Costituzione trova fondamento il regime giuridico fissato per le cose d’interesse storico e artistico, e l’esigenza di conservare e garantire la fruizione di esse da parte della collettività, giustifica l’adozione di particolari misure di tutela che si realizzano attraverso i poteri della pubblica amministrazione.

Di fronte al tema “Conservare perché”, è necessario infatti chiedersi come mai l’Italia, unico fra tutti i paesi europei e forse del mondo, abbia inteso dare tanto rilievo istituzionale e costituzionale a questo principio. Gli elementi del problema infatti non s’intendono se non proiettandoli sui tempi lunghi della storia, su una coscienza civile e istituzionale che in Italia affonda le sue radici in una tradizione assai più lunga e più robusta che in ogni altro Paese d’Europa e, del mondo.

L’Italia avrebbe da sola il 70% del patrimonio artistico mondiale. Pur non volendo discutere se questa valutazione sia o meno esatta, bisogna ammettere che la densità del patrimonio culturale nel nostro Paese è tanto alta, perchè vi si è elaborata negli ultimi secoli una cultura della conservazione molto attenta e molto sofisticata, che si è espressa nelle leggi presenti e passate. Anche prima che il Paese raggiungesse la propria unità politica, la cultura della conservazione diffusa in tutta la Penisola ha valorizzato i singoli monumenti, grandi e piccoli. La cultura italiana della conservazione non solo è la più antica e radicata del mondo, ma è anche quella che, ha espresso nel modo più organico e coerente un insieme di norme che hanno costituito e costituiscono un punto universale di riferimento. Il “modello italiano” della tutela non solo si è andato gradualmente imponendo, anche se in misura e in forme giuridiche molto varie, in tutto il mondo, ma è anche uno dei principali fili di continuità della storia d’Italia.

La legislazione sulla tutela raggiunse in Italia il suo punto più alto con la legge 1089 del 1939, proposta dall’allora ministro Bottai, e rimasta fino ad oggi punto centrale di riferimento, anzi considerata la legge di tutela più organica e avanzata del mondo. Fu una legge approvata dal governo fascista, e quando la Repubblica volle darsi una nuova costituzione, i valori di quella legge furono riaffermati dai Costituenti, nell’art. 9 della Costituzione repubblicana. Dai più antichi editti e decreti degli Stati preunitari fino alla legge 1089 del 1939, fino a noi, corre un filo costante: il rispetto di alcuni principi ispiratori. Fra questi principi ne emergono due: primo, il patrimonio artistico pubblico appartiene ai cittadini, in quanto titolari della sovranità popolare ereditata dalle antiche dinastie e repubbliche; secondo, lo Stato ha il dovere di tutelare il patrimonio culturale (pubblico e privato) nella sua interezza, promuovendone una sempre migliore conoscenza mediante la ricerca. Secoli di esperienza, hanno consentito ad un Paese pieno di problemi e di difetti, ma straordinariamente ricco di cultura e di storia, di fare della cultura della conservazione una componente essenziale dell’essere Italiani.

Articolo pubblicato su http://www.ilvescovado.it/it/sezioni-25/storia-e-storie-12/la-tutela-e-il-suo-valore-culturale-8845.aspx

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