Il Paliotto in alabastro inglese della Collegiata di Maiori

il-paliotto-in-alabastro-inglese-della-collegiata-26405di Annamaria Parlato – L’indagine sul territorio della Costa D’Amalfi, geograficamente delimitato e circoscritto, offre notevoli possibilità di cogliere, attraverso le opere d’arte presenti, le culture figurative che si sono manifestate nel corso dei secoli. Non si tratta di un’area geografica qualsiasi, bensì di una delle località più autorevoli di tutto il Medioevo, vero e proprio crocevia degli scambi fra Occidente e Oriente, ponte tra le culture che si sono manifestate nel Mediterraneo.

Le “arti minori”, pur costituendo una parte viva e vitale della “civiltà figurativa”, hanno dovuto sopportare, per lungo tempo, l’onta dell’incuria e del disinteresse a causa di una spiccata propensione verso quelle “maggiori”, sulle quali si è riversata l’attenzione degli specialisti. Fortunatamente la nascita delle nuove generazioni museali, tra le quali si annovera il Museo d’Arte Sacra “Don Clemente Confalone”, all’interno della Collegiata di Santa Maria a mare di Maiori, ha fatto sì che un patrimonio d’incommensurabile valore artistico, frutto della capacità creativa di botteghe di artigiani operanti nel Medioevo e non solo, recuperasse il suo giusto riconoscimento e la sua dignità e fosse restituito alla cultura e alla fruizione di tutti. All’interno del Museo è conservato il pregevole paliotto in alabastro inglese, il cui studio ha comportato non pochi dubbi e perplessità, poiché purtroppo l’alabastro è, tra i materiali scultorei, quello meno stimato ed apprezzato al giorno d’oggi, forse perché ancora poco conosciuto.

L’alabastro è un materiale affascinante, dal tocco sensuale, che si presta ad essere lavorato e dipinto poiché abbastanza “tenero”, inoltre è stato, sin dall’antichità, considerato prezioso alla stregua del marmo e quindi ampiamente commercializzato ed impiegato nella produzione di oggetti e manufatti.

Infatti, a partire dalla seconda metà del Trecento fino alla fine del Quattrocento si diffuse su larga scala in Inghilterra la produzione di polittici in alabastro.

Numerose e molto attive furono le botteghe di espertissimi intagliatori di questa traslucida e duttile pietra dalla calda tonalità. Questi artigiani furono capaci di ricavare dalla morbidezza di questo calcare una sottile e raffinata plasticità. Di certo si sa che l’alabastro veniva estratto dalle cave della contea di Derby e famosi divennero gli scultori di Nottingham, ma anche quelli di York, Lincoln, Burton, Bristol e Norwich.

L’esemplare di Maiori è da ritenersi più antico degli altri ancora presenti sul territorio campano e di più pregevole fattura. La vivacissima attività marinara e l’intensità dei traffici commerciali della Costiera Amalfitana dovettero indubbiamente favorire l’importazione di questa preziosa rarità sul territorio italiano.

Databile dentro il primo trentennio del XV secolo, il paliotto raffigura le Cinque gioie della Vergine tra i Santi Margherita e Giacomo. La composizione colpisce per una pacata solennità che culmina nella scena centrale della Resurrezione e rivela una caratterizzazione formale che non eccede nel gioco lineare e non si abbandona al plasticismo ridondante proprio del gotico fiorito.

L’opera si compone di sette lastre di alabastro inserite in un telaio ligneo con dimensioni complessive di due metri e dodici centimetri di lunghezza e di settantuno centimetri di altezza. Ciascuna di queste lastre, fatta eccezione di quella centrale e di quella raffigurante Santa Margherita, è sormontata da una raffinata e sottile architettura gotica a traforo. Esse, inoltre, presentano iscrizioni esplicative con lettere in perfetto carattere gotico di colore nero e rosso per le iniziali.

Sebbene sia danneggiato in alcuni punti, il polittico conserva ancora tutta la sua originaria policromia. Ogni tavoletta è accompagnata da una scritta di riconoscimento in carattere gotico abbreviato, apposta al di sotto di ogni singola scena: S(ANCTA) M(AR)GARETA, SALUTATIO S(ANCT)E MARIE, NATIVITAS D(O)M(INI) N(OSTR)I, RESURRECTIO D(O)M(INI) N(OSTR)I, ASSU(M)PTIO S(ANCT)E MARIE, CORONATIO S(ANCT)E MARIE, S(ANCTUS) JACOBS.

Il paliotto è stato oggetto di studi da parte della letteratura locale del XIX secolo.

Luigi Staibano, pur consapevole dell’importanza dell’opera, nel 1853 non riuscì a trovare notizie antiche su di essa, e quindi si limitò a descriverla: “Nel succorpo sotto la nicchia ove racchiudevi la statua antica di Santa Maria a Mare evvi un bassorilievo di marmo rappresentante diverse figure…“. Altre informazioni riguardanti la collocazione ultima data al paliotto risalgono alla seconda metà dell’Ottocento, e si ricavano dagli scritti di Filippo Cerasuoli del 1865, e da quelli di Matteo Camera del 1876; entrambi espressero il loro malcontento, ritenendo inadeguata la sistemazione allora riservata al paliotto. Cerasuoli scrive: “una serie di molte pregiate gotiche sculture le quali ne stanno neglette ed oscure dietro il primeggiante altare, invece di essere conservate in un luogo cospicuo ed accessibile, o piuttosto formare un paliotto pell’altare medesimo cui adattamento si presta“. Il Camera nota: ” fra i monumenti rimossi dal lor posto ( nutriam speranza di vederli rimessi nel sito di prima ) è notevole la bellissima tavola …di stile gotico francese“.

Attraverso la consultazione di fonti documentarie inerenti la Collegiata di Santa Maria a Mare, sono state rinvenute da chi scrive notizie inedite riguardanti il paliotto che, seppur ancora insufficienti per rivelare quali fossero le sue origini, sono risultate determinanti perché testimoniano la sua collocazione antica e presumibilmente originaria, gettando così luce sugli interessi culturali ed artistici della nobiltà maiorese durante il XV secolo.

Le Visite Pastorali custodite presso gli uffici della Curia di Amalfi, databili a partire dal 1470 e fino al 1700, elencanti le celebrazioni delle Sante Messe alla Collegiata, riportano spesso una breve descrizione dell’altare. Talvolta negli atti si trovano inseriti degli inventari con i quali si catalogava quanto la chiesa aveva in suo possesso. In alcune citazioni sembra potersi riconoscere il paliotto, ma senz’alcun dato certo. Infatti, a partire da alcune notizie risalenti al 1576, al 1608 e al 1639, il paliotto viene definito con il sinonimo di “altare portatile marmoreo”, sicuramentein base al fatto che i paliotti sono in qualche modo degli altari portatili grazie alla loro struttura lignea. Nei documenti si narra della presenza dell’altare portatile nella cappella di San Vincenzo, dove probabilmente fu depositata anche la statua miracolosa di Santa Maria a mare, ed in seguito in sacrestia. Nel 1671 invece, a seguito della Visita Pastorale, l’inventario descrive inequivocabilmente il nostro paliotto:

Palliotti, seu avant’altari di n° sette di diversi colori si conservano nelli stipi della Sacrestia“. E’ evidente il richiamo al paliotto in alabastro, la cui funzione era proprio quella di decorare la mensa dell’altare, dunque “avant’altare” e dove il “n. sette” si riferisce alle sette formelle di cui esso è composto, mentre l’espressionediversi colori” specifica la policromia che ne costituiva il motivo decorativo. La notizia ci porta a conoscenza della collocazione che fu data al paliotto in quegli anni, facendo però supporre che esso non sia stato mai posto in modo fisso sopra alla mensa dell’altare maggiore: negli anni fra il 1576 e il 1639 era nella cappella di San Vincenzo, nel 1671 era in sacrestia, nel 1865, come testimonia il Cerasuoli, si trovava dietro l’altare e nel 1876 Camera lo enumera tra

i monumenti rimossi dal lor posto”. Tale notizia, però, ci indica la presenza del paliotto a Maiori da diversi secoli, escludendo la possibilità di un arrivo recente.

L’opera sarà ignorata dagli studi specialistici ancora a lungo, fino a quando, a metà del XX secolo, gli studi di Ferdinando Bologna e di Raffaello Causa ne daranno un giusto inquadramento critico. Nel 1910 lo studioso Roberto Papini si occupò di soli quattro dei sette manufatti di alabastro conservati in Italia (probabilmente degli altri ignorava l’esistenza) riportandone dettagliate descrizioni ma giudizi critici non condivisibili. Il Papini non tenne evidentemente conto delle sculture apparse in un catalogo londinese a lui contemporaneo, che forniva notizie inedite riguardanti una fiorente industria inglese dell’alabastro, nata alla fine del 1300 e sviluppatasi con straordinari riscontri d’interesse in tutta Europa sino alla fine del 1500. Successivamente, nel 1941, Armando Schiavo ritornò ai giudizi ottocenteschi, definendo il paliotto come scultura del XIII secolo. Pertanto si deve agli studi di Bologna e Causa l’esatto e primo inquadramento critico dell’opera, che si trova nel Catalogo della Mostra delle sculture ligneenella Campania del 1950. I due studiosi, che si erano occupati delle opere appartenenti alla Pinacoteca del Museo Nazionale, riportano, in particolare, una dettagliata descrizione del paliotto con scene della Passione di Cristo ivi conservato e del paliotto maiorese, portato al museo in quell’anno. Entrambe le opere furono catalogate come appartenenti alla tradizione scultorea dell’alabastro inglese del XV secolo.

Successivamente, per lunghi decenni, l’opera non ha più destato l’attenzione degli studiosi. Nel 1983 Giuseppe Primicerio fece risalire l’opera al 1500 e lo denominò ancora come “scultura gotica“.

Il Lipinsky lo inserì nel suo Tesoro della Costa d’Amalfi limitandosi tuttavia ad una descrizione e segnalandone il carattere di “gotique flamboyant“.

L’ultimo contributo è stato quello della Benincasa, che ha fornito una panoramica fotografica delle opere simili presenti in Italia.

Restano comunque ancora aperti una serie di problemi, il primo dei quali riguarda la destinazione dell’opera. Più che di un paliotto, come è indicato nelle Sante Visite e nelle citazioni correnti, si tratta di un dossale di altare portatile, fondamentale per la devozione e per le funzioni religiose private. Lo si evince chiaramente dalle cerniere che legano i due elementi laterali, contenenti ciascuno due tavolette, con il pannello centrale. Inoltre le dimensioni indicano che la misura dei due laterali è uguale a quella del pannello centrale.

Il ripiegamento e la chiusura in un unico pezzo più piccolo conferiscono all’opera notevole agibilità, rendendola adatta al trasporto.

A questo proposito è significativa la notizia riportata dal Celano secondo cui il re Ladislao era solito portare con sé, in ogni occasione, anche sui campi di battaglia, l’altare portatile, molto simile a quello di Maiori, in origine in San Giovanni a Carbonara ed ora nella Pinacoteca di Capodimonte.

In effetti non si tratta di opere isolate, ma di pezzi prodotti nell’alveo di una vera e propria specializzazione di botteghe inglesi, in particolare di Nottingham, nel produrre altari portatili in alabastro.

La lavorazione artistica dell’alabastro ebbe inizio dalla fine del XIV secolo e continuò con fortuna sino alla metà del XVI, con un notevole sviluppo nel corso del XV secolo. È propria della lavorazione di questi manufatti un’altra significativa caratteristica, cioè quella di standardizzare la produzione ad un numero di sette tavolette, poiché i paliotti dovevano essere funzionali all’uso e al trasporto. Questa configurazione corrisponde a una gran parte di opere simili, tutte di produzione inglese, conservate non solo in Italia, ma anche nel resto d’Europa, soprattutto in Gran Bretagna e Francia. Fra di esse si possono ricordare gli esemplari del Victoria and Albert Museum di Londra, di Yssac la Torrette, di Montréal. Certamente esistono anche retabli con numero maggiore di tavolette, come nella serie di San Giorgio e la Vergine a La Celle oppure in quella con la Passione di Cristo a Compiègne. Le serie italiane appartengono tuttavia alla categoria con sette formelle, anche se non sono tutte ascrivibili allo stesso periodo ed alla stessa bottega.

Se ne può dedurre, quindi, che la configurazione dell’opera corrisponde a quella più usualmente impiegata dalle botteghe inglesi e che, quindi, è ragionevole orientarsi verso queste ultime. Una ulteriore conferma viene dall’uso di colorare l’alabastro e dal trattamento del supporto ligneo dipinto a bande larghe, scure e dorate, con i soggetti scritti sotto ogni formella, la quale è incorniciata nella parte superiore da gugliette traforate gotiche anch’esse in alabastro. Tale configurazione è riscontrabile in gran parte degli esemplari noti, fra cui quelli della Pinacoteca di Capodimonte e del Museo Archeologico di Venafro.

Tutte queste caratteristiche in comune indicano che ci si trova di fronte ad una produzione seriale, che sfruttava collaudati modelli pronti per essere commercializzati nel resto d’Europa, ovvero ad essere lavorati su commissione, ma sempre usando cliché già sperimentati. Una conferma è data dai soggetti iconografici impiegati, che sono ricorrenti, con poche varianti, in gran parte delle opere conosciute.

BIBLIOGRAFIA

A. Lipinsky, Il tesoro sacro della Costiera Amalfitana, Amalfi 1989, pp.134-136

A. Schiavo, Monumenti nella Costa d’Amalfi, Milano 1941, p. 247.

Archivio della Curia Diocesana di Amalfi, fascicolo VI, libro I, p.10, fascicolo VIII, libro V, pp.36-40, fascicolo XIV, libro 9, p.20

C. Celano, Notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli, Napoli 1692, p.487

F. Bologna – R. Causa, Sculture lignee nella Campania, catalogo della mostra, Napoli 1950, p.105

F. Cerasuoli, Scrutazioni storiche, archeologiche, topografiche con annotazioni e documenti sulla città di Majori, Salerno 1865, p.78

F. Cheetham, Alabastro, in Enciclopedia dell’arte medievale, vol. I, Roma 1991, pp.272-276

G. Benincasa, Il paliotto d’alabastro del XVsecolo della Collegiata di Maiori, in “Rassegna del Centro di storia e cultura amalfitana, n. 19/20, Amalfi 2000, pp.161-192

G. Primicerio, La città di Maiori dalle origini ai tempi odierni, Salerno 1983, p.55

Inventario delle cose che si conservano nella Collegiata di Maiori, fascicolo XVI, libro I, pp.26-36, 1671.

L. Staibano, Raccolta di memorie storiche per Maiori, ms 1853, Biblioteca della Società di Storia Patria, Napoli, p.67

M. Camera, Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, Salerno 1876, vol.I, p.84

R. Papini, Polittici in alabastro, in “L’Arte”, XIII, 1910, pp. 203-213.

W.L. Hildburgh, A datable English alabaster altarpiece at Santiago de Compostela, New York 1955, pp.305-308

Articolo pubblicato su http://www.ilvescovado.it/it/sezioni-25/storia-e-storie-12/il-paliotto-in-alabastro-inglese-della-collegiata-8584.aspx

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